|
L’epilogo inglorioso di uno sviluppo contrastato:
l’industrializzazione meridionale
di Maria Barresi
Nel volume di Antonino Campennì, recensito da
Maria Barresi, una prima indagine sulla “stagione industriale”
di Crotone. Un libro chiaramente operaista, quasi nostalgico,
che ha comunque il merito di aprire un serio dibattito
Lotta e riscatto, lavoro e diritti, dignità e integrazione
sociale segnano a Crotone un’epoca, quella delle fabbriche, che
dagli anni ’20 alla fine degli anni ’80 del Novecento hanno
rivestito un ruolo determinante per l’economia della città. È
stata appunto quella che Antonino Campennì, sociologo e
professore all’Università della Calabria, chiama giustamente
«L’egemonia breve. La parabola del salariato di fabbrica a
Crotone» nel suo omonimo libro (pp. 234, € 12,50).
Ricco di testimonianze dirette dei protagonisti dell’epoca, gli
operai delle fabbriche e i loro discendenti, il volume traccia
la storia del lavoro salariale crotonese, legato soprattutto a
quelli che furono i due poli industriali del capoluogo jonico:
il polo chimico rappresentato dall’Ammonia meridionale, poi
Montedison e poi Eni, e quello metallurgico della società
Pertusola.
Rielaborazione di una tesi di dottorato all’Università di
Catania, il lavoro è stato condotto seguendo le fasi
(ascendente, culminante e declinante) dell’attività salariale
delineate dal sociologo Robert Castel e applicate a quella che
fu la realtà industriale crotonese. Il lavoro si presenta, così,
diviso in due parti. Una, più teorica, costituita dal primo
capitolo, in cui, seguendo lo schema dello studioso francese, si
affronta la storia del salariato dalla sua nascita nel XIII
secolo alla rivoluzione industriale, fino al XX secolo, con
particolare riguardo ai rapporti tra lavoro salariale e
Mezzogiorno d’Italia. Più applicata e concreta la seconda parte
(dal secondo capitolo in poi) che si avvale di una serie di
colloqui effettuati a Crotone tra il 1997 e il 2002: microstorie
che costituiscono sicuramente la parte più affascinante e
coinvolgente del libro.
Storie di famiglie, di vita, spesso di sopravvivenza, di
speranze e di illusioni, in cui vengono inquadrati i primi
operai ancora divisi tra fabbrica e latifondo, le prime lotte
alla fine della seconda guerra mondiale e le battaglie alla fine
degli anni ’60 che culmineranno appunto nell’egemonia breve tra
i tardivi anni ’70 e ’80, fra vantaggi, nuovi profitti,
riconoscimenti, confronto tra padri e figli. Poi il declino, la
deindustrializzazione, l’epilogo delle fabbriche come grande
fonte di occupazione. Quindi la fine di un mondo al di fuori del
quale c’è il nulla.
Un quadro drammatico, fatto per lo più di voci spesso tristi, a
volte dolorose, che, dopo la crisi del latifondo, lottano per
l’integrazione e l’emancipazione sociale rappresentata
dall’industria, tolta la quale, c’è il vuoto. «Non c’è niente.
Ora un gruppo di persone siamo ancora a piazza Pitagora, […]
mentre fino all’altro giorno andavamo là»: raccolta nella
principale piazza della città calabrese, è la dichiarazione più
emblematica e sicuramente più inquietante del libro. Una
“parabola”, appunto, che parte dalle lotte, passa attraverso le
conquiste e declina verso il 16 settembre 1993, giorno
dell’accordo fra le parti e della fine di un’epoca, che l’autore
sintetizza chiaramente così: «Esso ha polverizzato letteralmente
quanto rimaneva dell’ultimo organico dei dipendenti Enichem
secondo una complessa teoria di soluzioni parziali,
minuziosamente studiate lavoratore per lavoratore».
A margine rimangono altri aspetti pur importanti della storia
del movimento operaio crotonese. Fra questi quello
legale-ambientale. Non va dimenticato, difatti, come anche gli
ultimi avvenimenti di Priolo stanno dimostrando, che anche a
Crotone si è determinato quella sorta di drammatico baratto
“occupazione-salute”. Per esempio, su circa 200 testimonianze
riportate, una sola, seppur incisiva, dichiarazione sembra
essere consapevole del problema dell’inquinamento: «Il mare era
sempre una fogna, le bietole seccavano sempre, non c’era verso
di farle crescere. Poi io da ragazzino vivevo al Gesù, quando
giocavamo fuori coi miei compagni a volte dovevamo scappare via
perché non si riusciva a respirare».
Campennì tocca anche il problema dell’ipersfruttamento generato
dalla grande industria a danno del Meridione; afferma difatti:
«Ancora oggi l’azione dell’Eni a Crotone si distingue per il suo
carattere predatorio, attraverso l’attività di estrazione del
metano senza alcuna contropartita». Segue una testimonianza
raccolta: «L’Eni ti deve ridurre come l’Arabia Saudita, dove lo
sceicco si arricchisce e gli altri fanno la fame… I pozzi di
Crotone si svuotano a gran velocità, c’è un pezzo di terra a
Capo Colonna che dall’81 ad oggi si è abbassato di 80
centimetri, la spiaggia è sparita». Il discorso su questi
sfruttamenti non è però approfondito, come a sottintendere un
testimone da passare ad altro ricercatore.
Il libro ha il grande merito di essere un urlo disperato contro
il rischio della deindustrializzazione e contro la staticità di
un mondo calabrese, e crotonese in particolare, che non ha
trovato una valida via d’uscita al mondo della disoccupazione,
rimanendo bloccato e immobile come in un incantesimo.
Il libro, però, sfiora il rischio di diventare eccessivamente
operaista, quasi nostalgico.
Lo studioso accenna anche nelle ultime pagine a un’«idea mitica
quanto agiografica» di Magna Grecia e parla di archeologia «che
ha più il sapore di un’ulteriore rivincita sulle fabbriche».
È vero che le proposte per una possibile industria del turismo e
dell’archeologia sono ancora molto aleatorie, a Crotone come in
altre zone della Calabria, ma a nostro avviso è pur vero
che la città di Pitagora, sorta su uno dei siti costieri più
belli e più antichi d’Italia, va comunque spronata a
rivalorizzare le sue risorse (prime fra tutte, oltre a quella
archeologica, quella turistica e quella agroalimentare)
attraverso i governi locali che però devono utilizzare i
finanziamenti statali e comunitari per lanciare l’economia e non
di certo per l’assistenzialismo improduttivo. Un’alternativa da
seguire, sempre a nostro avviso, potrebbe essere per esempio
quella di Catania – e non solo – che nelle ex industrie dello
zolfo, la zona delle “Ciminiere”, è riuscita a creare in pieno
centro una grande “fabbrica” dello spettacolo con un enorme
parco culturale al servizio della città, un’orchestra
provinciale stabile, centri tecnologici e multimediali,
cooperative che hanno generato un effettivo sviluppo turistico e
territoriale. Per non parlare, come già accennato, della agroindustria.
Ma progetti, interventi concreti, parchi archeologici,
pianificazioni occupazionali in settori alternativi fanno parte
di altre storie, di altri libri, di nuove realtà.
Ad altri il compito di svilupparli.
Un’enogastronomia dalle radici antiche.
A partire dal Cirò.
di Angelo Pagliaro
Partendo dal Tirreno cosentino, si possono scegliere due percorsi per
raggiungere la provincia di Crotone: “salire” fino alla Sila, tra lo
spettacolo di un paesaggio appenninico ricco di pinete e faggeti, oppure
godere dei paesaggi costieri, percorrendo la Statale 106, che da
Catanzaro porta a Botricello, Isola Capo Rizzuto, Crotone fino a Cirò
Marina.
Abbiamo scelto il secondo percorso: non potevamo rinunciare alla visione
magica de Le Castella, antico fortilizio fatto costruire da Annibale,
della riserva naturale marina di Isola Capo Rizzuto, della solitaria
colonna dorica del tempio di Hera Lacinia a Capo Colonna. Decidiamo di
percorrere una delle numerose strade che, dalle colline ricche di
liquirizia, si dipartono, tagliando la terra rossa, e conducono
direttamente al mare. Giunti in località Marinella ci prepariamo ad
eseguire il nostro rito liberatorio: ricopriamo tutti i nostri corpi
d’argilla, ci immergiamo e, come reincarnazione di Nausicaa, abbracciamo
uno scoglio; il mare cristallino ci regala le sue carezze e ci
restituisce energie positive.
La Val di Neto e l’itinerario della sardella
Sant’Anna non è solo il nome dell’aeroporto di Crotone, ma anche di un
vino a Doc prodotto nei comuni di Crotone, Cutro ed Isola Capo Rizzuto,
nelle tipologie rosato e rosso, ottenuto da vitigni gaglioppo, nocera,
nerello mascalese, nerello cappuccio, malvasia nera, malvasia bianca,
greco bianco. Dal sapore asciutto, armonico, rotondo, questo vino si
accompagna elegantemente con i piatti tipici del luogo: formaggio
pecorino “crotonese”; pasta “cu’ caulujuri” (cavolfiori), condita con
olio extra vergine di oliva, peperoncino rosso e mollica di pane; “’u
frattu”, crema di fave secche condita con un soffritto d’olio, cipolla,
pomodoro e cotica di pancetta o prosciutto, con cui si può condire la
pasta oppure i crostini di pane con l’aggiunta d’olio d’oliva a crudo;
“’a ’mpanata”, composta da pane casereccio ammollato con siero di latte
bollente e poi condito con la ricotta calda appena tolta dal siero; “’u
cuadraru”, zuppa di pesce molto piccante. Dopo aver percorso pochi
chilometri da Crotone in direzione nord, entriamo nella Val di Neto.
Qui, stupende vigne ubicate in diversi comuni, tra i quali Andali,
Cerenzia, Crotone, Petilia Policastro, Strongoli, Scandale, danno vita
alla Igt Val di Neto, una indicazione che include molte tipologie:
rosso, rosato, bianco, novello, frizzante e passito. Sempre in questa
valle, tra Rocca di Neto e Casabona, il professor Attilio Scienza, in
collaborazione con la famiglia Librandi, ha realizzato il vigneto
sperimentale di semenzali più grande d’Europa, un ritorno agli autoctoni
ed allo stesso tempo una partenza dagli stessi, un “canone inverso”
della vitivinicoltura italiana.
Nel ristorante dove decidiamo di pranzare mi segnalano altri giacimenti
gastronomici: tra i primi piatti i “cavateddri”, gnocchetti cavati su un
apposito cesto intrecciato di vimini chiamato “cernigghia”, conditi con
ragù di maiale e ricotta affumicata; i “maccarruni”, pasta al ferretto
condita con sugo di maiale; tra le conserve, da citare “’a sarza”,
passata di pomodoro aromatizzata con basilico; i “pummadori sicchi”,
pomodori tagliati a metà salati e lasciati essiccare al sole, poi
conservati in vasetto con basilico, aglio, peperoncino, capperi,
acciughe e tanto olio; i “funci all’ogghio”, funghi della Sila bolliti e
conservati sott’olio con aglio e peperoncino, le “alive scacciate”,
olive verdi schiacciate e fatte macerare in acqua e sale per alcuni
giorni, aromatizzate con semi di finocchio, aglio, peperoncino e
conservate sott’olio; i “frisulimiti”, residui di cotiche e grasso di
maiale fatti consumare a lungo sul fuoco.
Assaggiamo il “rasco”, vera rarità gastronomica, un formaggio il cui
successo e declino è legato all’allevamento della podolica. Prodotto dai
coaguli che rimanevano e venivano raschiati (rascati) dopo l’utilizzo
della cagliata, quarant’anni fa era considerato un formaggio di pregio,
dal sapore dolce e fresco, consumato a fine pasto, tagliato a rondelle
di 3-4 centimetri di spessore e arrostito nelle antiche padelle di
ghisa, accompagnato da vino rosso locale.
Concludiamo il pasto con la “juncata” (o “sciancata”), nome derivante
dai canestri di giunco in cui è contenuto, un formaggio di latte ovino
e/o caprino. Può essere consumato fresco, abbinato a un Greco bianco, o
appena maturo e affumicato, accompagnato da un passito. Prima di partire
acquistiamo alcuni vasetti contenenti la regina della gastronomia
locale, la sardella, il cosiddetto “caviale del sud”. Viene preparata
con metodi artigianali e ingredienti naturali: piccole alici, olio di
oliva e peperoncino rosso piccante essiccato al sole.
Poi si passa alla pressatura e conservazione nei vasi di terracotta. Il
prodotto viene gustato in inverno, spalmato su bruschette calde.
Magno Megonio: dal testamento al vino
Continuando il viaggio verso nord si giunge a Strongoli. L’abitato sorge
su un’altura ed è strutturato per nuclei, in quartieri spagnoli. Questa
fu la patria di Magno Megonio Leone, centurione, figura popolare e vero
e proprio “opinion leader” per i suoi concittadini. Il famoso testamento
di quest’uomo colto e raffinato, appassionato viticoltore, è inciso
sulla base marmorea della statua a lui dedicata, conservata presso la
cattedrale di Strongoli. In uno dei fondi di sua proprietà, denominato
“Pompeiano”, si trovava una vigna a lui molto cara, con viti “aminee”
(provenienti da Oriente, impiantati per la prima volta in Calabria dai
Greci) famose all’epoca per la qualità del vino prodotto. Lasciò questi
beni, giacimenti culturali ed enologici, in eredità al collegio degli
augustali (i sacerdoti del tempo) e ai petelini, come atto d’amore verso
la sua terra e la viticoltura.
Tanti secoli dopo Nicodemo e Antonio Librandi, con l’enologo Donato
Lanati, hanno battezzato con il nome del famoso centurione una delle
loro recenti “creazioni”, il Magno Megonio Val di Neto Igt, un vino
rosso, caldo e robusto, prodotto esclusivamente con uve magliocco. Altra
creatura di Lanati è l’Efeso Val di Neto Igt, un vino bianco secco,
ottenuto da uve mantonico, tradizionalmente utilizzate per
l’appassimento.
Due capolavori che, dopo le felici “contaminazioni” internazionali del
Gravello Val di Neto Igt, del Terre Lontane Val di Neto rosato Igt, del
Critone Val di Neto bianco Igt, tornano a valorizzare i vitigni
autoctoni. Altra Doc prodotta in quest’area è il Melissa rosso e bianco,
a base di gaglioppo, malvasia, trebbiano, greco. Al Melissa Asylia rosso
si affiancherà, quanto prima, il nuovo nato in casa Librandi, il Melissa
Asylia bianco, un greco bianco in purezza, da vigne piantate nel 2000
nella tenuta di Rosaneti in agro di Casabona, vinificato ed affinato in
acciaio. Dopo aver assaggiato il dolce tradizionale del crotonese, la
“pitta ‘nchiusa”, sfoglia di pasta al miele, farcita con uva sultanina,
noci, mandorle e cannella, accompagnata con un passito da uve montonico,
Le passule Val di Neto, e con bicchierino di “limetta”, partiamo per
Torre Melissa, una stupenda località turistica (incantevole la torre
costiera del cinquecento restaurata di recente).
Dirigendosi verso l’interno, percorrendo una strada impegnativa si
giunge a Melissa, un paesino strutturato a gradoni sui fianchi di
un’altura a forte pendio, che ospita un celebre monumento di Ernesto
Treccani, a ricordo di coloro che occuparono le terre abbandonate per
fame e desiderio di riscatto. Lasciando il borgo, prima di giungere a
Cirò Marina, si può ammirare il verde tenue dei vigneti e il giallo oro
dell’argilla che contrastano con il colore della foce del fiume Lipuda,
un torrente a pochi chilometri da Punta Alice, che dà il suo nome a un
vino a Igt prodotto nelle tipologie rosso, rosato, bianco e novello, da
uve gaglioppo, chardonnay, greco bianco.
Cirò: storia, (Attilio) Scienza, modernità
Nell’estate del 1901 il conte Luigi Siciliani, poeta di Cirò, inviò un
boccione di vino a Giovanni Pascoli. Preoccupato per il ritardo il
Pascoli scrisse una cartolina postale all’amico calabrese: “Caro Gigino,
dove hai mandato il boccione? Qua non si è visto. Che indirizzo hai
fatto? Barga? Bagni di Lucca? Lucca? O Cecubo, dove sei? Chi l’ha
assunto?”. Dopo tre mesi finalmente giungeva a destinazione il vino di
Cirò. Pascoli scrisse di nuovo all’amico: “Caro Gigi, è giunto il
Cecubo! (…) Sto protestando per lo sbaglio fatto dalle ferrovie.
L’indirizzo era chiarissimo: Lucca Barga. Barge non è nelle vicinanze di
Lucca! Bestie! A domani notizie dell’assaggio (…) Oggi un abbraccio dal
suo Giovanni Pascoli”. Sappiamo che questo vino, quello dell’antica
Cremissa, ottenuto oggi dai vitigni gaglioppo, trebbiano toscano, greco
bianco, veniva dato in dono agli atleti che vincevano i giochi olimpici.
Da fonti storiche diverse apprendiamo che le produzioni di Cirò erano
così abbondanti e generose che, nel corso delle feste di paese e durante
le processioni, si foravano le botti e si creavano vere e proprie
sorgive di vini che arrivavano a “mescersi nel mare sottostante da
arrossirne le acque”. Gran parte della storia di questo vino si
sovrappone a quella del marchesato crotonese e alle regole del grande
latifondo, regole che imponevano ai contadini condizioni di lavoro
disumane. Da queste parti imperavano baroni, duchi e marchesi e non vi
era spazio per la piccola proprietà contadina: nessun coinvolgimento,
nessuna partecipazione ai processi produttivi, come accadeva invece ai
contadini toscani o piemontesi, che si sentivano stimolati a produrre
vini di qualità. E allora bisogna dire fino in fondo la verità, se oggi
il Cirò è tornato sugli scudi lo si deve alle moderne tecniche
agronomiche, allo sviluppo della tecnologia, a esperti quali Attilio
Scienza, a imprenditori illuminati e coraggiosi (leggi: Librandi,
Ippolito, Caparra, Siciliani, Capuano, De Luca, Scala, Malena, Aloisio,
Lucà, Linardi, Facente, Zito e altri ancora).
Qualche segnalazione? Il celebre Cirò rosso riserva Duca San Felice di
Librandi; il Cirò rosso classico Ronco dei Quattro Venti e il classico
superiore Donna Madda della Fattoria San Francesco; il Cirò rosso
classico superiore riserva Colli del Mancuso della Ippolito 1845 (una
tra le più antiche realtà vinicole calabre); le famiglie Caparra e
Siciliani, che lavorano uve provenienti dai 213 ettari di proprietà dei
soci della cooperativa, producono fra l’altro il Cirò bianco Curiale, il
rosato Le Formelle, il rosso classico superiore riserva Volvito. I dati
lasciano ben sperare per il futuro: a Cirò si contano più di 1.200
produttori di vino su una superficie specializzata di 2.200 ettari. La
produzione di vini di qualità (a Doc e a Igt) in Calabria ammonta a
circa 110.000 ettolitri, il 90% dei quali è Cirò.
Lasciamo ora questa bella provincia e il suo capoluogo, Crotone, città
oggi dinamica e moderna, dove Pitagora fondò la sua scuola. Quest’anno,
dopo gli ultimi due grandi viaggiatori storici che questa provincia ha
conosciuto, G. Gissing e N. Douglas, Crotone ha ospitato Carlo Azeglio
Ciampi. Le immagini che ritraggono il Presidente della Repubblica
estasiato mentre contempla il diadema aureo del tesoro di Hera Lacinia
hanno fatto il giro del mondo. Un uomo saggio che non si è sottratto
all’influenza delle bellezze storiche e naturali, che ama l’arte e che
ha saputo apprezzare l’enogastronomia dell’Enotria: la gradita visita ha
rinnovato la consapevolezza che Crotone non è il capolinea di Roma, ma
un’occasione per voltarsi indietro, consapevoli che il suo passato non
rappresenta “la linea tratteggiata di un disegno, ma la forza posseduta
dal punto di partenza, l’energia contenuta nella premessa”.
RINO GAETANO
Fiabe amare di un cantastorie
di
Emanuele Tirelli
Autore di canzoni
graffianti e appassionate, paladino del Sud e degli sfruttati, nemico
giurato di tutti i politici, Rino Gaetano è uno dei songwriter di culto
della scena italiana. Ha cantato un'Italia grottesca negli anni della
tensione e delle P38. Dopo la sua morte, le sue canzoni sono state
riscoperte negli anni e saccheggiate senza ritegno. Ma la denuncia
sociale celata dietro l'ironia delle sue filastrocche resta ancora
attualissima
Salvatore Antonio
Gaetano viene al mondo a Crotone, in Calabria, il 29 ottobre del 1950.
Lì, inizia a respirare l'aria di una città che gli resterà per sempre
nei polmoni. A dieci anni, segue a Roma i genitori, impiegati come
portieri di uno stabile in via Nomentana. L'estro crescente di un
artista in piena formazione inizia a colpire l'ambiente capitolino. I
suoi studi da geometra vengono distratti dal palcoscenico e dai primi
approcci alla chitarra. La passione per il teatro (nel "Pinocchio" di
Carmelo Bene interpreterà la volpe) come strumento di comunicazione è
letteralmente surclassata dall'espressione sotto forma-canzone. Comincia
ad esibirsi nello storico Folkstudio di Roma dove conosce molti tra
quelli che in seguito saranno suoi "colleghi", come Antonello Venditti e Francesco De Gregori.
Il suo scopritore sarà però Vincenzo Micocci (colui che negò nel '78
un'audizione ad Alberto Fortis e al quale lo stesso Fortis dedicò le
invettive di "Milano & Vincenzo" e "A Voi Romani").
Nel 1973, la It licenzia i due singoli "I love you
Maryanna" e "Jaqueline", incisi da Gaetano con lo pseudonimo di
Kammamuri's. L'esordio nel mondo della discografia non è poi così
felice. Neppure il suo primo album Ingresso libero, dato alle stampe nel
1974, riesce ad attirare l'attenzione del pubblico e degli addetti ai
lavori. Eppure, il destino gli avrebbe sorriso ben presto. Forse
l'Italia non è ancora pronta per la sua sottile ironia, per il suo amore
sincero per la vita, per la sua gentile e cortese denuncia. "Tu, forse
non essenzialmente tu", vitale passione per l'amore, "Ad esempio a me
piace il sud", nel ricordo incancellabile della sua Calabria, e
"Supponiamo un amore" sono solo l'inizio di un graduale distaccamento di
Rino Gaetano dal cantautorato italiano degli anni 70.
Dodici mesi più tardi, i
padiglioni auricolari dei più accorti iniziano a essere stuzzicati dal
colore dei suoi testi. Nel 1975, infatti, il singolo "Il cielo è sempre
più blu" attira l'attenzione su di lui, nonostante il brano non sia
stato mai incluso in nessuno dei suoi sei album. La canzone nasce
inizialmente divisa in due parti (probabilmente per l'eccessiva durata
per un solo lato del 45 giri), solo successivamente riunite nella "extended
version" che tutti conosciamo, di otto minuti e venti. Il testo è un
tipico saggio del songwriting di denuncia di Gaetano: "Chi vive in
baracca/ chi suda il salario/ chi ama l'amore chi sogni di gloria/ chi
ruba pensioni/ chi ha scarsa memoria".
Passa
poco, trascorre solo un altro anno, ed ecco un nuovo lavoro. Mio
fratello è figlio unico segna finalmente l'ingresso di Gaetano
nell'olimpo dei cantautori italiani. L'open-track omonima, struggente
ballata in bilico tra affetti familiari e denuncia sociale, vanta uno
dei testi più ironici e toccanti della scena italiana di quegli anni.
Apparenti frasi nonsense come "mio fratello è figlio unico perché
è convinto che Chinaglia non può passare al Frosinone" o "perché non ha
mai criticato un film senza mai prima vederlo" o "perché
è convinto che nell'amaro benedettino non sta il segreto della felicità"
diverranno delle strofe cult più per le generazioni successive che per
quelle dell'epoca. Ma "Mio fratello è figlio unico" è soprattutto un
amaro j'accuse che svela l'animo politico del cantautore
crotonese: "E' convinto che esistono ancora
gli sfruttati, malpagati e frustrati/ mio fratello è figlio unico
sfruttato represso calpestato odiato". Nel disco non mancano
anche brani delicati e sognanti come "Sfiorivano le viole", "Cogli la
mia rosa d'amore" e "Al compleanno della zia Rosina".
Passati i primissimi anni di
carriera e il semianonimato, il giovane Gaetano si incammina verso una
sincera e tangibile maturazione, senza lasciare, però, che la candida
poesia degli esordi rifugga i brani di Aida, suo terzo lavoro pubblicato
nel 1977. Aumenta il numero dei musicisti, dei collaboratori e migliora
la produzione. Un altro album vario, più veloce e ritmato dei
precedenti. "Spendi Spandi Effendi" ed "Escluso il cane" sono il degno
prosieguo delle passate incisioni, nel solco di un sarcasmo sempre
tagliente e mai volgare. "La Festa di Maria", con una chitarra
popolare-spagnoleggiante, preannuncia un corposo interesse per queste
ritmiche. "Standard", invece, volge lo sguardo al più semplice e
pulsante rhythm'n'blues.
La ruvidezza delle corde
vocali di Gaetano, unitamente a un'aria sempre più scanzonata e
divertita, trovano un decisivo supporto nell'esibizione sanremese. Il
cantautore di Crotone sale sul palco del Festival nel 1978 vestito in
camicia a righe rosse, frac, cilindro e scarpe da ginnastica, e con
"Gianna" conquista il terzo posto dietro ai Matia Bazar e Anna Oxa. E'
la consacrazione.
Sempre nel 1978, viene
pubblicato Nuntereggae Più. L'omonima canzone (con la partecipazione di
Lino Banfi, anche se Bruno, l'amico di sempre di Rino, giura di essere
lui a esclamare "nuntereggaepiù" a ogni strofa del brano) è un colossale
sberleffo a ritmo di reggae contro tutto e contro tutti, da Gianni
Agnelli alla P2, dalle P38 a Berlinguer (praticamente un sacrilegio
nell'epoca in cui tutta l'intellighenzia era devota al Pci), dal
giornalismo proto-padano di Gianni Brera allo scandalo della spiaggia di
Capocotta (dove venne trovata morta Wilma Montesi dopo un festino a base
di stupefacenti in una altolocata residenza, frequentata da importanti
politici e noti facoltosi dell'epoca). Il brano viene inciso anche su 45
giri in lingua spagnola, con il titolo di "Corta la cuerda", insieme a
"E cantava le canzoni", divenuto per l'occasione "Y cantabas las
canzonas". "Gianna", invece, raggiunge la Germania dove, tradotta in
lingua tedesca, scala le classifiche sino al ventiduesimo posto, mentre
in Italia (accompagnata dalla blueseggiante b-sides "Visto che mi vuoi
lasciare"), si piazza al primo posto e vi resta per tutto il mese di
marzo.
Nuntereggae Più
è il
disco della svolta. Il pubblico aumenta e Gaetano lascia la IT per
approdare alla major Rca, con la quale nel 1979 produce il suo quinto
album Resta vile maschio, dove vai?, aperto dal salace brano omonimo
firmato da Mogol. Importanti arrangiamenti ritmici, onnipresenti archi e
fiati, caratterizzano questo disco. Alcune versioni, ancora in
circolazione, recano un errore di stampa: in copertina c'è scritto
"Contiene Hai Maria". Il riferimento è, ovviamente, alla canzone "Ahi
Maria", altro grande successo del cantautore crotonese, che riprende la
sua passione per le ritmiche spagnoleggianti, e decide di inciderla
anche in lingua iberica. Non manca il ricordo del suo soleggiato Sud,
dolcemente baciato dalle onde del mare, mentre i pescatori ritirano le
reti in barca, perché "Anche questo è Sud". E brilla uno dei gioielli
satirici del suo repertorio: l'irriverente ballata "Nel letto di Lucia",
dove il giaciglio dell'amata diventa un caravanserraglio di ministri,
scaldapoltrone, reggimoccolo, colonnelli, sanfedisti, vecchi santi e
chiromanti: "Falsifichi
assegni cambiando grafia nel letto di Lucia/ dipingi scommetti e ti
scordi la via nel letto di Lucia/ guarisce d'incanto la tua malattia nel
letto di Lucia/ il prossimo anno ci porto tua zia nel letto di Lucia/
non trovi mai nebbia penombra o foschia nel letto di Lucia/ vorrei
ritrovarti vorrei fossi mia nel letto di Lucia".
Gateano entra in una
importante fase della sua carriera. Il successo non sembra voler
distrarsi e voltargli le spalle. Ancora un passo avanti per il trentenne
di Crotone, che resta, però, saldamente ancorato alle sue radici. Sempre
nel 1979, registra "Solo con io", inedito mai apparso in un singolo, ma
inserito nelle raccolte Gianna e le altre e Superbest. Dopo poco, appare
una seconda versione della canzone, più lunga di soli undici secondi e
contenuta, unicamente, in La Storia. Pubblicata postuma, insieme a "Solo
con io", è anche "Le beatitudini", registrata nel 1980 e presente in
Gianna e le altre e La Storia.
Tornando agli album ufficiali, nel 1980, E io ci
sto rappresenta l'ennesima conferma del genio compositivo del cantautore
calabrese. "Ti ti ti ti" è una dedica a tutti coloro i quali, ascoltando
la canzone, sorrideranno sulle note di "a te che ascolti il mio
disco forse sorridendo/ giuro che la stessa rabbia sto vivendo/ siamo
sulla stessa barca io e te". Accostate all'esordio Ingresso Libero, le
tracce del suo ultimo album appaiono splendida filiazione e degno
proseguimento di un cammino artistico che non ha temuto, neppure per in
un istante, di arrestarsi, fossilizzandosi.
Nei primi mesi del 1981, il successo lo conduce in
tournée con Riccardo Cocciante e il
New Perigeo di
Giovanni Tommaso. Dalle date del 4, all'Auditorium di Pistoia, e del 5
marzo al Palasport di Novara, nasce Q Concert, Ep con quattro brani:
"Ancora insieme", "A mano a mano", "Aida" e "Aschimilero". "A mano a
mano" e "Ancora insieme", quest'ultima in versione live, sono state
successivamente inserite anche in "Margherita e le altre", raccolta
doppia di Riccardo Cocciante, pubblicata nel 1998.
Nel corso dello stesso anno,
Gaetano registra insieme con Maria Monti l'inedito "Al bar dello sport
(ovvero sogghigni e sesso)" e "Confusione, gran confusione ovvero il
processo", con la Monti,
Lucio Dalla, Anna Oxa, Nino Buonocore, Ivan Cattaneo, Perigeo
Special e Jenny Sorrenti. Entrambe le canzoni sono parte del
concept-work "Alice".
Gli archivi della Rai,
inoltre, custodiscono presumibilmente una vera chicca. Nel 1981,
infatti, negli studi della Rai, Rino Gaetano e Anna Oxa interpretano un
brano composto da Mogol e Battisti, dal titolo "Il leone e la gallina".
La notte del 2 giugno dello stesso anno, mentre percorre Via Nomentana a
Roma, all'altezza di via XXI Aprile, Rino Gaetano va incontro a una
tragica morte. La sua Volvo 343 si schianta contro un camion. Cinque
ospedali ne rifiutano il ricovero. La sua salma viene sepolta al
cimitero del Verano di Roma. Ironia della sorte, una delle sue prime
canzoni del periodo del Folkstudio, "La ballata di Renzo", narrava la
storia di un giovane che, a seguito di un incidente automobilistico, non
trovava un ospedale che riuscisse a ospitarlo... Rino Gaetano avrebbe
dovuto sposarsi pochi giorni dopo.
L'industria discografica provvederà a ricordarlo
sfornando raccolte a ripetizione. Nel 2003, esce Sotto i cieli di Rino,
che non aggiunge nulla alla precedente La Storia del 1998, se non una
discutibile versione remixata de "Il cielo è sempre più blu", a cura di
dj Molella, che suscita l'irritazione della maggior parte dei fan del
cantautore di Crotone.
Per l'ironia e
l'intelligenza dei suoi testi, per il suo songwriting schietto e
graffiante, Rino Gaetano merita davvero un posto accanto ai più grandi
esponenti della canzone italiana. Il suo universo è affollato di santi
che salgono sul rogo "vestiti d'amianto"; di donne immaginarie che
filano la lana e fiutano tartufi; di cieli blu e di notti stellate, di
amabili puttane e detestabili politici d'ogni schieramento. Irride e
commuove, con l'anarchica eccentricità dei poeti cantastorie. L'Italia
delle P38 e della strategia della tensione, nelle sue canzoni, diventa
un paese surreale, diviso tra fiaba e dramma, passioni sentimentali e
contraddizioni sociali. Un paese che Gaetano ha sempre amato, ma che
quasi mai l'ha voluto comprendere. |