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Francesco Cozza nasce
a Stilo, in Calabria, nel 1605. Non si conosce la precisa data di nascita perchè i libri delle parrocchie di Stilo, anteriori al 1635, furono distrutti
durante i numerosi saccheggiamenti subiti dalla stessa cittadina. In realtà agli inizi del Seicento erano anni assai turbolenti e difficili. Il "modo di
vivere e di campare" della popolazione di Stilo e casali, come parla un documento dei primi anni di quel secolo, non era dei migliori. Persino l'elezione
degli ufficiali soleva dar luogo a discordie, Era ancora vivo nel popolo il ricordo dei fatti legati alla cosiddetta "congiura campanelliana", si
sentiva l'eco della spinta alla sollevazione mossa dal frate Campanella e dai suoi seguaci, i quali adducevano, come valido motivo, la lotta per l'indipendenza
dalla Spagna. Il Mezzogiorno, e la Calabria più d'ogni altra regione, tocca l'apice della sua disgregazione sociale, economica, morale. A peggiorare
ulteriormente la situazione sono le infurianti invasioni barbaresche. Altro motivo di crisi per la Calabria derivava dal tentativo di vendita delle terre
demaniali, operato in tutto il regno di Napoli.
Nel territorio della Universitas di Stilo si verificava l'identica cosa.
Un luogo di grande importanza per tutto il Regno in quanto vi si trovavano le ferriere regie. Lungo il secolo XVII, peraltro, si procede su una via già
segnata. Convivevano Calabria "reale" e Calabria "in idea".
Un cumulo di grandezze contraddittorie e contraddizioni grandi nel bene e nel male. La maggior parte dei calabresi restavano costretti nell'angustia degli
spazi tormentati dalla inconsistenza delle vie di comunicazione e dalla primatività delle condizioni economiche e sociali, mortificati dalla lontananza dai
centri della promozione civile e culturale. Altri invece facevano forza per rompere quei condizionamenti perchè sentivano il bisogno di sapere di più e così
avviavano un ravvicinato confronto con altre realtà culturali. Il 20 aprile del 1622 (e se è attendibile questa data il Cozza aveva solo diciassette anni),
lascia la casa del padre Giovan Antonio e sposa Francesca Faggioli, cittadina di Borgo San Sepolcro (per alcuni originaria di Viterbo), più grande di lui di
più di dieci anni (era nata infatti nel 1591). A Roma Francesco Cozza è ospitato nei Convento dei Padri Minimi di San Francesco di Paola che avevano
l'ufficiatura dell'annessa Chiesa di S. Andrea delle Fratte e la sua presenza è annotata sugli Stati delle anime della stessa parrocchia a partire dal 1630 e
fino al 1651. Era già entrato nello studio del Domenichino e lo collaborava nelle "sue maggiori decorazioni a fresco" quando dipinse, secondo quando
scritto da Lione Pascoli, le prime tre lunette "lungo il fianco della Chiesa di S. Andrea". Quella in cui visse ed operò Francesco Cozza è da
considerare un'epoca assai importante per l'arte: vi si incontrano le più contrastanti tendenze, i richiami dei michelangioleschi e un'ansia di tornare al
senso della natura. Il Cozza, quindi, si ritrova al centro delle tendenze in voga, le unifica, le filtra e le concreta in immagini immerse in un mondo, ora
reale, altre volte di sogno. La pittura del Seicento è, per questo, costituita da una trama complessa: la pittura del Reni, vero trionfo della composizione
calma, dai colori freddi; la coscenziosità del Domenichino; il sontuoso barocco del Lanfranco e del Berrettini. Il Cozza reagisce alla cultura dominante; lo
fa volutamente pur sapendo di rimanere fuori dallo studio di artisti che avevano aderito al programma del nuovo ed imperante stile. Nella bottega di Domenico
Zampieri concepisce, sullo stile del maestro, le sue prime opere e apprende gli stilemi tipici dell'arte del bolognese. Ne viene subito fuori una personalità
originale e autoritaria e talvolta addirittura in contrasto con la pittura del Domenichino. Il periodo che coincide con la dimora di Francesco Cozza nel
convento dei Minimi e nei pressi della parrocchia di S. Andrea delle Fratte registra il momento iniziale della sua cultura pittorica, fondamentalmente
bolognese, e l'inizio dello svolgimento del suo stile, le cui tappe sono avvicinabili ognuna ad un pittore diverso: il Sassoferrato (opere giovanili), il
Lanfranco (opere mature), il Preti (opere tarde). Dal novembre del 1630 mancava da Roma il Domenichino che avendo raggiunto il massimo pregio dell'arte nei
suoi dipinti, anche secondo il concetto cioè dell'azione e degli affetti, era stato chiamato a Napoli, "per pubblico invito", a dipingere nel Duomo
la Cappella del Tesoro. Nel frattempo il Cozza, rimasto a Roma, si adoperava a completare la Virtù della Temperanza lasciata incompiuta dal suo maestro in San
Carlo ai Catinari. Giovanissimo entra a far parte dell' Accademia di San Luca che ormai era diventata il centro di cultura artistica per eccellenza, dove si
discuteva di problemi non più soltanto pratici e professionali, ma artistici nel vero senso della parola. Per la prima volta il Cozza è documentato nel Libro
della Congregazione nel 1634 e fino al 1637, anno in cui con molta probabilità si reca anche lui a Napoli, al richiamo del Domenichino. La parentesi
napoletana del Cozza, sempre a fianco del Domenichino, rappresenta un momento assai importante per tutta l'arte meridionale; si scoprono autentiche affinità
con altri pittori già a Napoli in quel periodo (Domenico Cerrini e Fabrizio Santafede), ma in modo particolare una palese "assonanza di sentimenti e di
modi" con Pacecco De Rosa. Il 15 aprile del 1641 muore a Napoli il Domenichino, che non si era mai stancato di fare insegnamenti ai "suoi"
giovani e scelti discepoli.
Francesco Cozza era rientrato a Roma, prima che morisse il suo maestro, per compiere la propria crescita artistica in senso autonomo e con la mente sempre
rivolta alle indicazioni della corrente di Bologna e più genericamente emiliana. Ricomincia a lavorare per i Frati di S. Andrea delle Fratte. Nel 1642 il
Cozza riprende le frequentazioni presso l'Accademia di San Luca; partecipa attivamente alla riunione del 29 settembre dello stesso anno così come alle
adunanze accademiche del 23 febbraio dell'anno successivo e in quella tenutasi nel mese di agosto. Fino al 1650 è segnalato anche nelle liste più
"accuratamente purgate" degli Accademici di San Luca accanto ad altri famosi artisti come il Velasquez, Salvator Rosa, Giacinto Brandi e il suo
conterraneo Gregorio Preti, fratello del più famoso Mattia, assieme a cui è nominato scrutatore, nel 1650, per la nomina delle cariche accademiche. Nel 1648
il Cozza era stato già nominato Virtuoso di merito. Segno che il periodo che va dal 1641 al 1650 è da considerarsi assai "intenso e capitale per la
manifestazione della pittura di Cozza" (Frangipane). Intanto, dal 1651 al 1654, il Cozza continua ad essere costantemente presente alle Congregazioni
dell'Accademia di San Luca. Nell'adunanza del 28 dicembre del 1652 viene eletto Stimatore dei Pittori in quanto "tenuto abilissimo nel giudicar le mani
degli autori d'un tale, o tal altro quadro" e "nella cognizione delle mani degli artefici fu tenuto spertissimo". È fautore, assieme ad altri
pittori accademici, della istituzione della celebre Scuola di disegno dell'Accademia che lo impegna a portare avanti lo studio di "alcuni precetti circa
la professione" e a pubblicare le sue Lezioni di Prospettiva. Nel dicembre del 1655 viene eletto alla carica di Reggente dell'Accademia e durante il suo
mandato, che si protrae sino al 1657, vengono programmati importanti lavori, soprattutto da eseguirsi nella Cappella di San Giuseppe al Pantheon.
Un ruolo particolare, alla base dello sviluppo della pittura del Cozza, viene svolto a oltre metà del secolo XVII dal nipote del Pontefice Innocenzo X,
Don Camillo Pamphilj. Questi, il 22 luglio del 1658, affida a Francesco Cozza l'incarico di affrescare la volta della Stanza del Fuoco del Palazzo di
Valmontone. A Valmontone oltre al Preti incontra Gaspard Dughet, il pittore francese detto le Guaspre Poussin, paesaggista ed incisore in rame. Tali amicizie
si riveleranno basilari per l'evoluzione ulteriore dell'arte di Francesco Cozza che si apre su spiragli diversi per affrontare tematiche più propriamente
naturalistiche sviluppate con una tecnica chiaroscurale e un "fare ampio e solenne" capace di emozionare sensibilmente lo spettatore. Nel 1660
Francesco Cozza firma e data la pala raffigurante la Madonna del Riscatto dipinta per la Chiesa di Santa Francesca Romana, per molto tempo considerata l'opera
sua maggiore. Il 20 maggio 1661 i Pamphilj emettono a favore di Francesco Cozza l'ultimo mandato di pagamento di venticinque scudi per i ritocchi eseguiti agli
affreschi dell'Allegoria del Fuoco di Valmontone. Solo due mesi più tardi, il 15 luglio, muore la moglie Francesca Faggioli per la quale fa erigere nella
chiesa di S. Agostino un monumento marmoreo con iscrizione e ritratto da lui stesso eseguito. È un'immagine che riporta le sembianze delle sue Madonne
giovanili e quindi è facile pensare che proprio la moglie abbia posato come modella per le sue pitture. Alla scomparsa della compagna seguono i giorni di
maggiore sconforto per Francesco Cozza che invogliato dai suoi amici pittori Pietro del Pò e Carlo Cesi, per come scritto da qualche suo biografo, intraprende
un viaggio nel settentrione "per distrarsi dal dolore". Il viaggio avrebbe anche messo il Cozza in condizione d'aggiornarsi sulle più importanti
decorazioni esistenti nelle città visitate. Diviene Sindaco dell'Accademia di San Luca nel 1664 e poi Deputato per gli infermi nel 1669 e ancora è Deputato
alla questua dai 1671 al 1770. È presente nella Congregazione fino al 1681. Per non continuare la vita privata in solitudine sposa Cecilia Bernardi di Roma a
cui dedica, successivamente, un nobile ritratto, come citano le fonti. L'ultimo ventennio della vita del pittore si arricchisce sempre di più di elementi
nuovi o fino ad allora poco sviluppati, non solo di ordine tipologico ma anche stilistico. L'idea compositiva del pittore si perfezionava quasi sempre partendo
dal bozzetto, soprattutto quando era chiamato a realizzare grandi composizioni su superfici da affrescare. Talvolta sperimentava sul bozzetto persino i colori
che doveva usare poi sul lavoro conclusivo, per verificare l'effetto cromatico. L'uso appropriato dei colori è infatti l'elemento essenziale che si coglie
nelle opere dell'età matura del Cozza. Le esperienze ultime del Cozza sono improntate quasi tutte a questo stile, sia quando crea rappresentazioni a sfondo
religioso sia nell'elaborazione di formule allegoriche. È la grande capacità e sapienza di utilizzare la luce, a caratterizzare e qualificare i dipinti
dell'ultimo decennio di Francesco Cozza. Agli inizi del 1682 il cattivo stato di salute di Francesco Cozza, già precario fin da quando gli era morta la prima
moglie Francesca Faggioli, si accentua particolarmente tanto che il pittore sentendo l'insidia della morte, il nove gennaio si decide a chiamare presso la sua
abitazione, al Monte d'oro nella parrocchia di San Lorenzo in Lucina, il notaio "della Camera" Angelucci per dettargli le sue ultime volontà, fare
testamento di tutti i suoi beni, fare "diversi legati" e nominare gli eredi. Francesco Cozza muore appena due giorni dopo e, grazie all'intervento
degli Accademici di San Luca che trasportano di notte il suo corpo dalla parrocchia dove abitava, viene seppellito nella Chiesa dei Padri di S. Agostino di
Roma, accanto alle spoglie dell'amata Francesca Faggioli, soddisfando così una sua precisa volontà testamentaria. Se c'è un aspetto dell'arte del Cozza che
finora non è emerso del tutto è la vastità della sua opera.
Forse anche per questo la critica moderna va ponendo in sempre maggiore luce la figura di Francesco Cozza, che è da considerare su un piano di eccellenza
artistica per nulla inferiore a quella di artisti più rinomati.
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